“EX” per Clarinetto e Chitarra

EX
per Clarinetto e Chitarra
2014

Clarinetto: Prabul Giacomo Pascali
Chitarra: Mauro Francioso

Brindisi, Rassegna “Archi e Fiati” – 2016

Nuovo CD – Andrea Epifani – Codice A Barre

Andrea Epifani è il nuovo interprete dell’opera monografica di Oronzo Persano: Codice a Barre.

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Nomo per Viola – Prima Assoluta mondiale

PRIMA ASSOLUTA MONDIALE / WORLD PREMIERE

Oronzo Persano
NOMO per solo Viola

Cornelia Petroiu (Viola)

24 Giugno 2015, ore 20.30 / June 24th 2015 at 8:30pm

Sala Mica of the Romanian Athenaeum,
1-3 str Franklin, Bucarest, Romania

Recensioni di Andrea Sava

Prefica Salentina

Trasfigurazione di un urlo di dolore solitario, sincero, in voluto contrasto con la prezzolata protagonista, come a mettere in chiaro che si disserterà degli stati d’animo di chi comprende e crea e non ci sarà spazio alcuno per note di colore locale o facili suggestioni: L’incipit è lento ma emesso con la veemenza di chi abbia smarrito ogni forza ma non le ragioni profonde dell’intima pena: gridato nelle prime battute, dall’iniziale salto di quarta, riunirà in sé, autentico saldissimo mastice, tutto l’ordito dei tre movimenti fungendo da matrice del materiale tematico delle future trame. Ma vi è tanto altro. Nel prologo i lunghi silenzi, mai assenza di suono, caricano lo spazio sonoro di attese e colorano di nuova forza i suoni che verranno mentre i passaggi eterofonici ci richiamano immagini della natura (forse sole, vento, pioggia o semplicemente l’agitarsi dell’animo) sensazioni che non vogliono essere descrittive, forse la Musica non lo è mai, ma impronte della mente che nel significato musicale, che è autonoma forma di pensiero, si compiono per integrarsi qui in solitari lamenti. Un nuovo personaggio si presenta, collettivo, a tratti corale, che, partecipe della tragedia, sembra incedere con stati d’animo ondeggianti, sempre più magneticamente attratto dall’arcano lamento, mentre tutto sembra convergere verso la tempesta interiore. Segue l’atto I, dove l’urlo di dolore iniziale viene subito accolto e controbilanciato nel dialogo dalla risposta collettiva che lo accoglie, comprendendone forza e senso fino a farlo cosa sua con suoni sommessi, con accordi strappati, con voci solitarie nella folla che rendono sempre più saldo il legame tra i personaggi così che, a tratti, divengono indistinguibili. Poi note le lunghe del lamento solitario (ma, giunti a questo punto, si tratta della Prefica del titolo o della coscienza collettiva?) a cui si uniscono, pianissimo, gli stati d’animo e il sentire indistinto, quasi impercettibile, di tutto ciò che è intorno. Nuovamente note lunghe per l’epilogo, ma su un registro grave, che ci dicono come chi stia parlando sia altri rispetto ai personaggi apparsi finora: per l’autore è arrivato il momento di tirare le somme e per farlo dovrà parlare in prima persona nella catartica sequenza finale che, sospesa, tuttavia lascerà facoltà a ciascuno di tirare la sua personalissima somma.


Ecce Homo

Principium: lo statico accordo dell’esordio, la fissità ritmica fino all’awento del 12/8, non contraddetta dal 3/8, la reiterazione del disegno generale ripetuto per tre volte quasi “a calco” con le quattro battute iniziali di ogni frase immobili, una certa analogia dei disegni armonico e melodico in ciascuna delle sezioni ci pongono davanti ad un orizzonte che non ci potrebbe apparire più immutabile, come la vista {mi si perdoni il paragone alpino) di alte montagne imperturbabili ed eterne. Apparire, appunto, perché in ogni frase {ne conto quattro) qualcosa si muove, a tratti sembra che sia la memoria a tradirci (il do naturale all’inizio della seconda frase) altre volte il mutamento è certo, e qui torna il paragone alpino: per quanto sembri immobile, guardando dall’alto, con uno sguardo “lungo” vedremo che tutti gli eventi, per quanto sembrino “circolari”, sono lunghi nastri ove gli eventi non si ripetono mai. La controprova nel 12/8 dove il moto è continuo, lo stacco ritmico evidente, in accordo con i contenuti precedenti ma di significato altro. Stasi è anche movimento.

La vita, un continuum dove l’idea melodica iniziale enunciata con sacralità e subito ripetuta e sviluppata all’interno della matrice ritmica della seconda frase, crea l’idea della consequenzialità con cui si svolgono pensieri e opere dell’individuo che si muove nel tempo, inesorabilmente dipinto dalle quattro note degli acuti (l’orologio della vita). E il finale? È aperto, indeterminato.

Ecce Homo, ossia l’uomo è i suoi pensieri. Ma cosa spiega il suo raziocinio? La soluzione, misteriosissima, la svelano le melodie che si relazionano fino a disperdersi nella verticale componente armonica creando accordi lenti, meditati, conseguenti e consonanti, mentre linee di pensiero si dipanano collegandosi tra le infinite possibili relazioni che gli accordi suggeriscono, sempre unitarie e sempre differenti (e qui la chitarra, con i diversi significati che la stessa nota può assumere nelle diverse posizioni, la fa da padrona: ogni corda è uno strumento diverso).

La lotta non nell’accezione musicale classica ove, con il termine, si sottende l’incontro-scontro di più individualità (basti pensare all’etimologia del termine Concerto). Qui la lotta è tutta dell’unica voce che con ritmo scandito enuncia frasi squadrate e taglienti: lotta interiore? Forse, ma, andando avanti le frasi ritmicamente subentranti, pur strettamente correlate, modificano i termini del discorso e quindi anche lotta come necessità di evoluzione, come momento di crescita (la sfida insita nell’accettare il cambiamento). E così nella vertigine dell’accelerando finale si aprono nuove strade.

Homo cogitans. La misteriosa frase iniziale, in cui la nota conclusiva pare svanire, è rimarcata dalla seconda voce le cui sestine paiono pittura sonora della solitudine. Anche qui, solitudine interiore come stato di necessità dell’uomo che, per affrontare i suoi intimi percorsi, per guardare nell’abisso del suo io, deve affrontare strade deserte e ignote. Ma questa strada deve essere percorsa con calma, senza paura seguendo le vie che si apriranno. E il disegno sospeso delle sestine finali ci suggerisce infiniti percorsi.

Homo danza. Il tempo di danza ci iapre paesaggi di natura selvaggia, un ambiente completamente diverso dal mondo di pura introspezione creato dai tempi precedenti, con una nuova cifra di natura collettiva, ma due frasi interrompono questo momento dionisiaco, e il ripensamento in altra forma del materiale appena esposto e i sottintesi richiami ai tempi precedenti ci spiegano come l’uomo nelle sue diverse manifestazioni sia unità inscindibile. Questo lavoro di analisi (non posso fare a meno di pensare allo sviluppo sonatistico) finisce per cambiare l’orizzonte complessivo, per cui la ripresa del tempo di danza di questa (mi si lasci passare l’eresia) forma triparta assumerà veste nuova, non puro abbandono ma svelamento di un’altra faccia nel complicatissimo solido tridimensionale chiamato Homo.


Ero alle porte dell’Est, forse.

Da riascoltare più e più volte fino a cogliere le relazioni che si stabiliscono nell’accorta intelaiatura musicale ottenuta disponendo sezioni, frasi e periodi in un’ampia struttura ove le singole parti si corrispondono e contrappongono secondo un variegato fluire. Importantissimo tenere a mente la sezione d’esordio che funge da incipit con accenni, a volte criptici da musica reservata, dei pannelli futuri, quasi in una sorta di flashback al contrario. Le frasi scorrono ora con determinazione, ora sfuggenti fino all’ultimo frammento della sezione, dove compare una figura di carattere opposto dal sapore vago, riflessivo, misterioso. Segue un movimento di danza di andamento automatico, circolare (monotono insensibile) in cui a tratti pare echeggiare nell’inconscio, a ricordarci che nulla del nostro vissuto può essere perso, un’aura da complesso rock anni ’60 a cui segue, nel quadro successivo, un tempo di valzer che nel volgere di un battito lascia il posto ad una frase arcana, quasi un’eco appena percepibile e il contrasto tra i due elementi che si alternano nello stesso periodo (senza mai sovrapporsi) non potrebbe essere più profondo. Il brano procede tra figure fortemente ritmiche a volte caratterizzate da una sorta di fissità minimalistica che ci portano in una dimensione di estraniazione cosmica (nevrotico), momenti di puro, materico suono e momenti di colloquio interiore, frasi sussurrate fino a divenire impercettibili. Il suono è pensato in minute sfaccettature, ora fisso, ora cangiante, suono come valore, come pensiero autonomo e autosignificante, suono come ricerca, analizzato in tutte le gamme di colore possibili fino alle estreme conseguenze: assenza di suono. L’organizzazione interna di quadri può essere composita (struttura ABCA in Figure di latta che avanzano) o incalzante (Era lotta o forse danzavano) fino alla lunga frase finale ove i caratteri contrastanti della partitura sembrano trovare un punto d’incontro unificante in un’ampia meditazione conclusiva. Proprio questa considerazione finale rende possibile una diversa lettura di quest’ampio polittico, ove i diversi caratteri delineati possano esser l’immagine delle contrastanti facce di una stessa unità che, in accordo con il titolo e con le note esplicative, si completano in un territorio “al margine” o “di confine”, ove basta volgersi dall’altra parte per scrutare altri orizzonti che sono, comunque, elementi di cui siamo costituiti.


Sette lettere mai scritte.

Scrivere una lettera vuol dire entrare in contatto con il destinatario che potrà anche essere un immateriale pretesto per intraprendere un’analisi interfiore, vuol dire seguire il filo di un ragionamento, cercare un punto di partenza per giungere altrove. Il percorso che potrà portarci vicino oppure lontanissimo (ovviamente saranno possibili infiniti gradi intermedi) ma ciò che conta è il cammino. Sette lettere come metafora di sette percorsi mentali che possono procedere per logiche deduzioni avanzando per contrasti e per naturale trasformazione delle immagini sonore o in un unitario pensiero che magari si esaurisce in un aforistico spazio sonoro (ciao) o che, nel lento divenire, descrive indeterminate atmofere (” ……. “).


Francesco Silvestro chitarrista dal tocco incisivo e interprete attentissimo capace di infondere senso e fascino alla materia sonora.

Andrea Sava

25 Marzo 2014

ECLOGA – per oboe e corno inglese

ECLOGA
OPERA SCRITTA DA ORONZO PERSANO NEL 1994.
ESEGUITA IN PRIMA ASSOLUTA PRESSO
LA CHIESA SANTA MARIA DELLA PIETA’ – SAN VITO DEI NORMANNI
IL 26 APRILE 2014.

GIANVITO CARRIERO – corno inglese
GIUSEPPE D’AGNANO – oboe

Montaggio: Antonio Persano

“La Metamorfosi della Chitarra” di Oronzo Persano

Di prossima pubblicazione “La Metamorfosi della Chitarra” di Oronzo Persano.
Di seguito una relazione sulla pubblicazione di Giuseppe Prete.

 

Relazione su “La Metamorfosi della Chitarra” di Oronzo Persano

Storia è un termine di origine greca: deriva da historìa e significa ricerca o investigazione.

Obiettivo originario della ricerca è il rilevamento dei dati veritieri che attengono alla realtà, perché nella storiografia non vi può essere indagine senza sguardo sulle cose, senza prendere in considerazione gli avvenimenti prodotti dall’agire umano. D’altronde, cosa può essere la storia se non una raccolta organica di dati in cui scopo è quello di raggiungere una descrizione veritiera del passato? Chi fa ricerca tenta di scrivere la storia, cioè quel racconto irripetibile che attiene al passato; passato che non esiste più (per sua stessa definizione) ma che si materializza nelle fonti, nei testi, nei documenti. 

“La Metamorfosi della Chitarra” di Oronzo Persano non è una semplice storia della chitarra, anzi nulla ha a che vedere con questo genere storiografico. Quest’opera è una storia nel senso greco del termine: è una ricerca originale, una raccolta di fonti e testimonianze che non hanno l’intento di spiegare l’evoluzione organologica della chitarra, ma l’esistenza della chitarra nei momenti salienti dell’antica storia del Mediterraneo. Volutamente, non si parla dei cambiamenti delle forme della chitarra ma di quanto la chitarra fosse presente nella vita dell’uomo, tanto nei momenti di vita popolare quotidiana, quanto nei grandi eventi del passato. Non una metamorfosi della struttura ma metamorfosi degli usi pratici che hanno garantito a questo strumento una vita lunghissima, spesso dimenticata o volutamente fatta cadere nell’oblio. Persano cerca di giungere a tale obiettivo: rievocare, vivificare le fonti per tentare di considerare la storia della musica come un elenco dei grandi maestri, ma come un insieme di eventi, di situazioni, di azioni fra loro collegate I cui protagonisti (dai re, ai maestri, agli usi del popolo) contribuiscono tutti allo sviluppo della storia stessa.

La storia della musica occidentale (quella dei manuali di testo) non è figlia di sei stessa: vi è un ponte di collegamento tra la cultura occidentale e quella orientale e la chitarra ne è testimone. La chitarra è uno strumento antichissimo: tanto in Egitto quanto soprattutto in Grecia e nella storia di Bisanzio vi sono infinite testimonianze del suo continuo utilizzo (è chiaro nel parlare di chitarra non si parla dello strumento moderno, ma di un suo antenato non molto dissimile da quello di oggi). Erano i kitharedi (suonatori della kithàra, cioè la chitarra, erroneamente tradotta cetra) I più grandi maestri nell’antica Grecia: loro hanno contribuito alla creazione delle antiche forme classiche, all’evoluzione della musica, alla codificazione di regole base per i secoli a venire. Elemento che traspare dalle pagine di quest’opera il continuo collegamento tra presente e passato, in un continuum storico tra tradizione popolare e moderne composizioni. 

San Vito dei Normanni, li 3 agosto 2014. 

Giuseppe Prete

Repubblica del 05/02/2014

LA REPUBBLICA
Mercoledì 5 Febbraio  2014
Bari  XIV

Il musicista e compositore pugliese Oronzo Persano presenta una retrospettiva del suo lungo lavoro

Una chitarra “alle porte dell’Est”

CHITARRISTA e autore di musica contemporanea dedicata gran parte al suo strumento,Oronzo Persano (San Cassiano,Lecce,1944) documenta in un cd recentemente pubblicato per Map (musicisti associati produzioni) una retrospettiva del suo lungo lavoro. Il disco prende il titolo di una degli ultimi suoi lavori inseriti nell’antologia Ero alle porte dell’Est. Forse (1997),perché Persano è nato nella Messapia,ovvero la “terra di mezzo” ,tra un est e un ovest considerati rispettivamente sinonimo di emancipazione rispetto alla staticità del pensiero. “Il mio domicilio è situato ai bordi della linea di demarcazione geografica tra est e ovest”, spiega Persano. “ Dirimpetto a me vedo l’est. E’ sufficiente girare le spalle e sono ad ovest. La mia terra, la Messapia (terra di mezzo) è una costa del bacino egeo – ionico. Quindi sono dell’est pur vivendo in un territorio dell’ovest? Forse”. L’appartenenza a un territorio, ma soprattutto ad una civiltà – quella magno-greca – si fa motore di una vera linea estetica. Il disco si apre con Prefica salentina, una suite in tre tempi del 1978, “opera – aperta per sola chitarra”. E’ evidente lo sforzo di quegli anni di aprire lo strumento a voci, suoni e colori nuovi, molto ben valorizzati dall’esecuzione del giovane Francesco Silvestro. Il contesto magico – esoterico è anche molto evidente in Ecce Homo (1987), una sorta di liturgia dell’uomo con la natura che si conclude con una danza rituale.

Fiorella Sassanelli

Articolo originale

Nuovo Quotidiano di Puglia del 23/12/2013

NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA
Lunedì  23  dicembre  2013

“Ero alle porte dell’est. Forse” è il titolo del disco che raccoglie brani del compositore eseguiti dal giovane Francesco Silvestro

di Eraldo MARTUCCI

Persano,un ritratto con la chitarra

Note sparse,frammenti sonori evocativi di luoghi non solo geografici,di stati d’animo. E di colori e cromatismi armonici. Sono alcune delle caratteristiche dell’ultimo poetico cd di Oronzo Persano,il musicista originario di San Cassiano,in provincia di Lecce,che oltre ad essere uno tra i più apprezzati didatti della chitarra è certamente tra i principali compositori e promotori della musica contemporanea di questi decenni.

“Ero alle porte dell’Est. Forse” è i titolo del cd edito da M.A.P.,che vede come interprete il bravissimo chitarrista Francesco Silvestro,allievo dello stesso Persano che peraltro descrive con dovizia di particolari i brani contenuti nell’album.

Brani che,come sottolinea Silvestro nell’introduzione,sono “esempio lampante sia della conoscenza dello strumento sia della volontà di rinnovamento della tecnica e della letteratura chitarristica contemporanea che si muove  dai primi interessi verso un’avanguardia nuova con Prefica salentina degli anni ’70 sino ad arrivare a composizioni più recenti,attraversando gli ultimi decenni musicali e le sue numerose contraddizioni con uno stile pressoché unico e che,come spiega lo stesso autore,completamente personale ai limiti dell’isolazionismo”.

Dopo la Prefica salentina,datata 1978 e posta in apertura,il cd contiene “Ecce Homo” del 1987,”Ero alle porte dell’Est. Forse” del 1997, e “Sette lettere mai scritte” del 1999. Il talento del compositore si esprime in piena libertà. E già dalle prime note riesce a costruire un ambiente sonoro raffinato e suggestivo in cui l’ascoltatore,messo a proprio agio,si sente subito immedesimato. L’immediata comunicativa di Silvestro fa il resto per il risultato complessivo di grande espressività.

I brani sono apparentemente molto semplici,appena accennati. In realtà è sottesa una tensione espressiva che non forza emotivamente il suono,al contrario lo depura. Liberate da sovrastrutture,sospese in una condizione di radicale spoliazione,le musiche muovono echi,varchi nella memoria,rimangono sospese,immateriali.

Oronzo Persano è da sempre studioso attento,ricercatore di notizie bibliografiche,di musiche e intavolature di chitarristi,soprattutto salentini e pugliesi del Cinquecento e del Seicento.

La rilevanza che lo studio e la ricerca hanno avuto nella sua vita si evince dalla pubblicazione – presso le Edizioni Curci di Milano – di quattro raccolte di musiche,fino ad allora inedite,di Mauro Giuliani, il chitarrista di Bisceglie vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento: “Variazioni su quattro temi napoletani”, “Variazioni sopra un tema di Gio. Pacini”, “Variazioni sopra un tema Savojardo”, “8 Landler per due chitarre”.

Accanto a questa profonda conoscenza e alla rilevanza che i classici hanno avuto nella sua maturità di artista va però sottolineato il metodo di ricerca che Persano persegue,mirante soprattutto a far risaltare le potenzialità tecniche ed interpretative della chitarra,focalizzando la sua ricerca sui ritmi,sulla metrica,ma anche sull’impiego di innovativi modi di attacco ed effetti sonori ottenibili con strumenti a corda in genere.

Nel catalogo di Persano figurano anche molte opere per svariate formazioni cameristiche,per pianoforte e per flauto: “Novecento Addio” per flauto e chitarra,”Pensieri – Feulle” per pianoforte.

 

LA GAZZETTA DEL MEZZOGGIORNO del 13/11/2013

LA GAZZETTA DEL MEZZOGGIORNO
Mercoledì 13 novembre 2013

Viaggio nel ‘900 sulle corde della chitarra Ecco “Ero alle porte dell’Est. Forse” nuovo album del maestro Oronzo Persano

di GIUSEPPE PASCALI.

Viaggio fra le melodie chitarristiche degli ultimi decenni co Ero alle porte del’Et.Forse nuovo album che racchiude brani scritti da Oronzo Persano accanto all’esecuzione musicale di Franceso Silvestro. Sono diciassette le tracce del compositore di San Cassiano concepite in epoche diverse e divise in quattro parti: Prefica salentina (1978), Ecce Homo (1987),Sette lettere mai scritte (1999) e Ero alle porte dell’Est.Forse,brano del 1987 che dà il titolo al cd.

Persano spiega così il senso del titolo:”Il mio domicilio è situato ai bordi della linea di demarcazione geografica tra Est e Ovest:La mia terra,La Messapia,è una costa del  bacino egeo-ionico.Quindi sono dell’Est pur vivendo in un territorio dell’Ovest? Il “Forse” serve a rappresentare l’ambiguità di appartenenza,in quanto potrei capovolgere il concetto in:”Ero alle porte dell’Ovest.Forse”.

La prima parte del disco,Prefica salentina,tratta di tensioni sociali a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta di lavoratori,studenti,intellettuali,artisti che presero parte alle trasformazioni sociali. Ecce Homo è invece strutturato sui quattro elementi della natura:acqua,fuoco,terra e aria mentre Sette lettere mai scritte è rivolto al desiderio di comunicazione mai esternato attraverso una penna e un foglio di carta. Brani fra i più suggestivi firmati da Persano,certamente annoverato tra i più apprezzati didatti della chitarra e tra i principali promotori della musica contemporanea della seconda metà de Novecento.

Le composizioni,oltre a lasciare trasparire una profonda conoscenza dello strumento,trasmettono il desiderio di rinnovamento della tecnica chitarristica contemporanea. Il suo è una sorta di excursus nel mondo delle corde che parte dai primi focolai di interesse verso il rinnovamento degli anni Settanta per giungere ai tempi moderni. Il tutto realizzato su un canovaccio fatto di emozioni e di vita vissuta trasmessa sul pentagramma.

Silvestro,virtuoso della chitarra e allievo di Persano,inizia lo studio dello strumento all’età di nove anni,a undici è già vincitore del primo premio al concorso “Città bianca” di Ostuni.Diploma all’Istituto musicale di Ceglie Messapica e laurea in Discipline musicali al Conservatorio “Tito Schipa con il massimo dei voti e lode,Silvestro ha continuato gli studi al Conservatorio di Eisenstadt,partecipando a numerosi stage di alto perfezionamento musicale in Italia e all’estero con illustri maestri come Charles Ramirez,Ernesto Bitetti,Olaf Van Gonnisen. Compie numerose tournèe concertistiche esibendosi in Italia,Ungheria,Albania,Svizzera. In Austria la sua prima esecuzione assoluta dell’opera  3421 per violino e chitarra,composta sempre dal maestro Persano.

Download Podcast : Ero alle Porte dell’Est. Forse. su Radio Voce della Speranza

Puntata del 12 febbraio 2014 di  ”Guidars speaks”, dalla serie “Di che musica sei”, programma radio di “Radio voce della speranza” di Andrea Aguzzi.

Podcast

Articolo originale.